A proposito di Davis

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Metto le cose in chiaro da subito: quando si parla dei fratelli Coen sono di parte, adoro la loro intelligenza e il loro talento, e solo a volte ho qualcosa (qualcosina, un'inezia) da ridire. È successo con A serious man, ad esempio, o il Grinta (che era girato benissimo, era fantastico, ma l'epopea della bambina e le citazioni puritane mi stancarono leggrmente).
Faccio anche una premessa: ho visto il film con un'amica di vecchia data, ricercatrice, che prima di entrare (eravamo seduti su una panchina di piazza Bodoni, davanti al conservatorio) mi parlava di Smetto quando voglio con queste parole: "Non sapevo se ridere o piangere, visto che è la situazione che vivo ogni giorno".
Tenetelo presente, sarà importante.
Il film. Il film è una commedia amara musicale drammatica, quelle commistioni che tanto piacciono ai due e ai noi tutti; è ambientato attorno al Greenwich Village di New York, nell'anno del signore 1961, un microcosmo di musicisti più o meno talentuosi e più o meno fortunati nell'arte di camparci (in genere le due cose sono inversamente proporzionali), professori universitari aperti e variabilmente radical-chic, gestori di locali; dura 104 minuti esatti; ha una fotografia bellissima, e la cura dei dettagli è maniacale; ci sono delle citazioni niente male (addirittura un Colazione da Tiffany); sa strappare risate con una cadenza non disprezzabile, a saper sorridere; mostra delle macchiette incredibili; porta con se' delle riflessioni che ti scorrono dentro mentre la pellicola avanza, e questo si chiama talento puro.
E poi c'è un gatto rosso, non vorrete mica perderlo?

Evito lo spoiler, e piuttosto parlo della mia reazione al piccolo capolavoro di cui sopra: agrodolce. Le rifessioni cui accennavo, la premessa della panchina davanti al conservatorio.. Questo film non è solo la vicenda di un musicista folk prima che il folk diventasse cool e retribuito, e non è nemmeno un discorso sulla musica folk o sulla musica in generale: è un discorso sulla creatività, il talento, l'ambizione, il vendersi, il vendere. Il provarci. Il protagonista, imperfetto come è giusto che sia, è quello che fa cose molto belle, autentiche, ma che 'non si venderanno mai', come gli dice un impresario; è quello che vede andare avanti gli amici che (pur musicisti folk, e quindi nel lato 'alternativo') rinunciano alla coerenza della musica e compongono jingle, o canzoncine che possano garbare alle famiglie, e però mettono da parte uno stipendio; è quello che vede la normalità dall'esterno, la sfiora dormendo su un divano (e con un gatto sulla pancia); è quello che non si piega, ma non perché sia un eroe: perché per lui non è concepibile nient'altro.       E, se l'intelligenza è sapersi adattare alle situazioni, questa non si chiama stupidità?
Ora, sono tutte cose che chi fa un "lavoro" creativo (alcuni direbbero artistico, io rigetto il termine, ma sono detagli), e lo fa con coerenza e rispetto verso se stesso e gli altri, conosce in modo istintivo. Voglio dire, è la realtà, e la vivi, la respiri. E in questa realtà si aggira lo spettro più pericoloso, quella sfiducia - nata dal provare e riprovare e riprovare, e ogni volta le energie sono sempre più difficili da trovare, sempre più nascoste - che a un certo punto ti fa dire "vabbè, basta, avete vinto voi, chiudo qui". E non potete sapere quanto spesso questo avvenga. E poi c'è la paura del fallimento, non nel senso economico, nel senso di non riuscire a fare quello su cui hai puntato tutto. E poi c'è quel misto di disprezzo e senso di colpa verso una vita 'normale', regolare, fatta di stipendi e ambizioni addomesticate, senza grandi puntate alla roulette. L'onesto lavoratore, che un po' mette tristezza ma forse sopravvive meglio, e magari quello che fai non ha senso in ogni caso, e così via.
E poi si torna al passaggio dell'andare avanti, ma non per eroismo, semplicemente perché nient'altro avrebbe senso.       Eroismo o stupidità?
I fratelli Coen hanno preso una vicenda nemmeno troppo epica, l'hanno raccontata benissimo, e così facendo hanno descritto l'angoscia e la bellezza di raccontare qualcosa per il gusto di raccontare, con coerenza, nonostante tutto. E meritano un applauso speciale perché in fondo loro sono arrivati, hanno fama (meritatissima) e soldi (meritatissimi), eppure sanno essere tremendamente convincenti.
Alla fine, non sapendo se ridere o piangere, ho scelto di ridere.

Metto le cose in chiaro da subito: quando si parla dei fratelli Coen sono di parte, adoro la loro intelligenza e il loro talento, e solo a volte ho qualcosa (qualcosina, un'inezia) da ridire. È successo con A serious man, ad esempio, o il Grinta (che era girato benissimo, era fantastico, ma l'epopea della bambina e le citazioni puritane mi stancarono leggrmente). Faccio anche una premessa: ho visto il film con un'amica di vecchia data, ricercatrice, che prima di entrare (eravamo seduti su una panchina di piazza Bodoni, davanti al conservatorio) mi parlava di Smetto quando voglio con queste parole: "Non sapevo se ridere o piangere, visto che è la situazione che vivo ogni giorno"." data-share-imageurl="http://www.umbertomassa.org/blog/sites/default/files/field/image/8inside_llewyn_davis.jpg">
Metto le cose in chiaro da subito: quando si parla dei fratelli Coen sono di parte, adoro la loro intelligenza e il loro talento, e solo a volte ho qualcosa (qualcosina, un'inezia) da ridire. È successo con A serious man, ad esempio, o il Grinta (che era girato benissimo, era fantastico, ma l'epopea della bambina e le citazioni puritane mi stancarono leggrmente). Faccio anche una premessa: ho visto il film con un'amica di vecchia data, ricercatrice, che prima di entrare (eravamo seduti su una panchina di piazza Bodoni, davanti al conservatorio) mi parlava di Smetto quando voglio con queste parole: "Non sapevo se ridere o piangere, visto che è la situazione che vivo ogni giorno"." data-share-imageurl="http://www.umbertomassa.org/blog/sites/default/files/field/image/8inside_llewyn_davis.jpg">