I vecchi e la Roubaix

Questa è la storia della Parigi Roubaix nel suo compleanno centoventi.
Una storia di fango, cadute, verde pallido dei prati e stradine di campagna ricoperte di pavé, una settantina di km di queste stradine e gente attorno.
Ma è anche la storia di un gruppo non dico di vecchietti, ma di corridori degli anni zero che si mettono d'accordo e decidono di far vedere a tutti che quel ciclismo lì non è finito, almeno per oggi. C'è Cancellara alla sua ultima Roubaix, c'è Tom Boonen che di Roubaix ne ha vinte quattro e punta al pokerissimo, record assoluto. Dieci anni fa i due iniziavano a scornarsi sui muri e sui pavè delle Classiche del Nord, ma era un altro ciclismo: altri sponsor, altre maglie, ancora non si parlava di motorini nascosti e il pavé era roba da affrontare a mani nude.
E oggi i campioni sono altri, e spesso e volentieri in gara surclassano le vecchie bandiere. Il campione è Sagan, che sta imparando man mano a non dissipare il suo enorme talento; vincitori più o meno occasionali, fortissimi, sono i Vanmarcke e i Kristoff.
Ma la bellezza di questa Roubaix sta appunto in questo patto tra vecchietti, firmato chissà dove chissà quando.
E allora in gara troviamo i soliti gruppi, Boonen (classe 1980, sulle 130 vittorie in carriera, un iride nel 2006 e un iride nella cronosquadre) più avanti nella sua corsa, Cancellara (classe 1981, una novantina di vittorie, pluri-iridato a cronometro) a marcare Sagan qualche centinaio di metri più indietro. E poi, a una sessantina di km dal traguardo - che poi è un velodromo con tanto di campana per l'ultimo giro - Cancellara sbaglia qualcosa e scivola nel fango trascinandosi giù un po' di corridori, tranne Sagan che fa un numero da giocoliere. Ha sbagliato, Cancellara, oppure forse faceva parte dello show: un'ultima rincorsa in solitaria tanto inutile ai fini della vittoria quanto bella a vedersi. Tre minuti, Fabian.
Più avanti Sagan, fresco trionfatore del Fiandre con la sua maglia iridata, con un gruppo di Giant e altri a bagnomaria a un minuto.
E poi, davanti a tutti, 7 e poi 10 e poi 5 corridori.
Lo spartiacque generazionale è evidente: da un parte i giovani, Sep Vanmarcke e Stannard; dall'altra Boonen e lo semisconosciuto australiano Hayman (anni 38). In mezzo Edvald Boasson-Hagen: lui avrebbe la stessa età dei primi due, ma il ciclismo degli anni zero lo ha visto e vissuto, prima di imboscarsi in una squadra milionaria.
E Boonen corre da dio, come se addosso avesse dieci anni di meno, ricuce gli attacchi, si espone, spende. Fa le prove sul pulito, tiene sul pavé. Riesce a guidare i cinque, con i denti non si fa staccare da Vanmarcke, con intelligenza arriva dove le energie non consentirebbero. Con coraggio ricuce e rilancia. E così, mentre Sagan è ancora distante e mentre il rivale storico Cancellara onora la sua ultima Roubaix, mentre i corridori cadono e quando non lo fanno loro ci pensano le moto a farli cadere, Boonen vede il velodromo e scatta, e parte da solo.
Il record è lì davanti, la vittoria, l'ennesimo trionfo della carriera stellare dell'ex giovane. Un'azione nata da un patto di corridori vicini al ritiro che però vogliono riportare noi e il ciclismo a dieci anni fa.

Sarebbe stato bello, ma la realtà a volte è diversa.

E allora nel velodromo entrano in due, rientrano gli altri. Boonen, Stannard, Vanmarcke, Boasson-Hagen, Hayman. Campanella, volata incredibile: la spunta proprio Hayman, Boonen perde per un metro, un metro che divora i record e le speranze e ci lascia un podio ultracentenario che in ogni caso suona vecchio di un lustro o forse due.
Immenso comunque, Tommeke, sarebbe stato bello.

Come sarebbe stato bello pensare a quel patto tra vecchietti, che ovviamente non c'è mai stato. Davvero, era un'invenzione, un semplice espediente narrativo. Ma riguardando il podio, la corsa, Cancellara sorridente che entra nel velodromo salutato dalla folla, un piccolo infinitesimale dubbio resta.
Grazie per lo spettacolo, giovani, grazie di tutto.