Notte a Nizza stazione

nizza stazione
Arrivo al piazzale della stazione verso l'una. I piani erano diversi, ma mi sono addormentato sul treno e ho dovuto recuperare molti km a piedi, con lo zaino un altro zaino ed un borsone.
Arrivo al piazzale, dicevo, ed è tutto chiuso. La stazione, i bar, i ristoranti, forse anche gli alberghetti senza stella. I pochi che espongono tariffe costano minimo 40 euro - troppissimo per il budget che mi ero fissato in questo buco di mondo. Presumibilmente è chiuso anche il meraviglioso ostello con le schede magnetiche per le stanze, internet e bagni lussuosi tendenti al miraggio. E poi è distante, e io sono sfatto.
Ora, dovrei parlare di piazza, ma l'impressione è proprio quella di un enorme spiazzo vuoto. No. Non è vuoto. Lungo i muri, lungo ogni superficie più o meno dritta dormono e parlano barboni e tossici. Tantissimi.
Non avessi troppe borse mi piazzerei nel mucchio. Invece mi sistemo sotto una pensilina del bus, semisdraiato con lo zainone contro la schiena, e il resto a seguire.

Il vetro mi permette di vedere tutto e tutti / il primo treno è alle 5:55 e adesso è l' 1:34.
Devo solo aspettare altre quattro ore, sveglio. La posizione scomoda mi aiuterà? No, è una pura invenzione: se sei stanco ti addormenti comunque. Male, ma comunque.
Studio le facciate, i ristoranti che si proiettano sulla strada. Tutti vantano un glorioso orario continuato, anche il vietnamita, però il continuato è dalle 10 del mattino alle 23. Cazzo di città di fascisti, dove a mezzanotte tutti dormono, e nemmeno un locale aperto, e nemmeno un autobus.

Ma voglio parlare di una di loro, una signora che non sta sdraiata ma bada a camminare avanti e indietro frugando per terra. È presumibilmente anziana, forse pazza, ma questo non le impedisce di tenere un'aria sorprendentemente regale, con la sua lunga gonna bianca e la giacchetta in tinta.
A un certo punto sbuca sotto la mia pensilina, lì davanti, e mi accorgo che non sta cercando mozziconi da finire, rovesciando così tutte le mie ipotesi e i miei preconcetti. No, lei le cicche le mette da parte per buttarle, con un movimento ostinato e quasi brutale del piede, e spulcia l'asfalto per tutto il resto. Un elastico per capelli, ad esempio, o una forcina.
Da vicino la metto a fuoco meglio. Ha una lunga sciarpa verde che si sistema di continuo, e poi qualcos'altro che non riesco a capire.
Mi parla, ed è adorabilmente su un altro pianeta.
Mi chiede se ho freddo, e se voglio una coperta. Le dico che no, ho i miei sacchi a pelo perché vado a nord, e a nord fa freddo. Io? Oh, no, italiano. Sì, vado a fare la vendemmia, les vendanges. Mi chiede se posso darle un nome, un numero, qualcuno da chiamare, ché anche lei lo vorrebbe fare. Mi dice di segnarlo su un foglietto, insieme al mio nome, il mio nome che è umberto (lo pronuncia sorprendentemente bene, senza storpiarlo). Il suo per contro è incomprensibile, qualcosa di tedesco, dice che viene dai nibelunghi e da gertrude, cose così. Dice anche che passerà a prenderlo dopo, il foglio, oppure posso portarglielo io, laggiù. Ma lo dice con un tono, come fosse la cosa più importante del mondo. E magari lo è davvero.

Torna via, e io quasi mi addormento sui seggiolini scomodissimi, il culo infilato nello spazio vuoto tra due di questi. Ogni volta che chiudo gli occhi succede qualcosa. Uno ruba una bici legata semplicemente tirandola via a forza, violentando il metallo. Il rumore è fortissimo, e l'eco rimbomba per la strada, ma a nessuno frega niente. Se la porta via e io lo guardo fare. Dei tizi in macchina passano chiedendomi se voglio della cocaina. Chiudo gli occhi, poi, e mi trovo vicino un tizio che sbiascica qualcosa sui soldi, gli allungo i 50 centesimi che ho in tasca e lui mi dice di fare attenzione, che la stazione apre alle cinque e devo stare sveglio solo un altro paio d'ore. Si allontana.
Mi dico che non devo più chiudere gli occhi, e così mi concentro a fondo sull'altra parte del vetro.
Gertrude - ma non si chiama così, lo so - sembra godere del rispetto di tutti quelli svegli. Sembra un vecchio sciamano matto, e mi dico che non lascerà che nessuno mi faccia del male. O forse è solo pazza, e pericolosa, e per questo la temono, e una volta vicina il suo sorriso cambierà e mi sgozzerà d'un colpo. Oh, tanto peggio.
In ogni caso le scrivo il biglietto, metto anche il mio nome, e m'immagino che lo conserverà tra le sue forcine più preziose. Ho già realizzato che una vecchia, o quasi, anche fosse sana di mente, non potrebbe mai reggere una vendemmia intera. Forse nemmeno un giorno: troppo duro, penso soppesandola già con l'occhio clinico di chi si rompe la schiena e se la romperà.
A un certo punto lei torna, e da sotto la coperta blu le allungo il biglietto. Fa un gesto come per rimboccarmela, o passarmi una mano tra i capelli. Ma ora parla in inglese, e mi parla di una sua figlia chissà dove, e io mi dico che no, è proprio pazza.
Se ne torna indietro, e dopo un po' una donna (o una ragazza?) che sta vicino a lei sbatte contro un muro, sbatte forte, e barcolla. Ma non è un semplice barcollare, questo, io li conosco quei movimenti. Ero. Incoerente e violenta, si sbalza in avanti e poi indietro, si spacca la testa, cadendo per rialzarsi a scatti.
Gertrude le sta a fianco e cerca di aiutarla con il movimento di una mano, una ragazzetta nera col suo ragazzo urla "Elle a pris de la drogue, la salope!", e in generale sembra proprio uscita dagli '80.
Chiudo ancora gli occhi e mi passo la mano sulla barba di qualche giorno, e Gertrude è di fianco a me e mi chiede se può sedersi. Ha una seggiola pieghevole legata alla schiena (ecco cos'era!), una polsiera per la tendinite e una borsa pesantissima. Si aggiusta la sciarpa verde chiaro, io annuisco e le faccio posto ritirando le gambe.
Poco dopo però si alza, tra l'ansioso e il noncurante, e fa un cenno enorme a un camion della spazzatura, come fosse altro. L'autista, illuminato a intervalli precisi dai lampeggianti gialli, le guarda attraverso. Incurante.
Quando nella strada vedo altri lampeggianti, ma azzurri, capisco: l'ambulanza. Qualcuno (chi?) l'ha chiamata, e Gertrude ha scambiato il moloch bianco sporco lampeggiante giallo per la sirena verso cui ora sta correndo. Ovviamente non la fanno salire, la lasciano per la strada, e quando lei torna loro sono già scesi. Uno s'infila annoiato un guanto di plastica, uno solo, e si avvicina alla donna che da un po' è immobile a terra. La scuote, la guarda, poi alza le spalle e si allontana con gli altri due, togliendosi il guanto. Vestiti di scuro, così, sembrano tre sbirri. Io vorrei alzarmi e urlare che forse quella ci rimane, e se la lasciano così è solo perché è uno scarto, un rifiuto.
Ma in ogni caso sono ripartiti, e in ogni caso quanta stanchezza adesso, le occhiaie mi tirano come se fossero scavate da un trapano. Resta solo Gertrude con un'altra donna a vegliare questa qui, fatta, che dopo una mezza eternità di tempo indefinibile si alza a scatti, si scopre il culo e le gambe, e appoggiata alla parete dritta della stazione vomita e orina allo stesso tempo.

Guardo meglio Gertrude nel suo mondo, e mi rendo conto che non ha chiuso occhio per tutta la notte, la notte che ormai è quasi finita, perché riapre la stazione e gli addetti scacciano i cartoni e i loro barboni ormai rassegnati a questo carosello preciso, li scacciano e poi spazzano da terra i resti e le scorie.
Mi avvio anch'io, e saluto Gertrude con un "Á bientôt". Lei mi guarda sorridendo da un altro mondo e mi dice grazie.

Arrivo al piazzale della stazione verso l'una. I piani erano diversi, ma mi sono addormentato sul treno e ho dovuto recuperare molti km a piedi, con lo zaino un altro zaino ed un borsone. Arrivo al piazzale, dicevo, ed è tutto chiuso. La stazione, i bar, i ristoranti, forse anche gli alberghetti senza stella. I pochi che espongono tariffe costano minimo 40 euro - troppissimo per il budget che mi ero fissato in questo buco di mondo. Presumibilmente è chiuso anche il meraviglioso ostello con le schede magnetiche per le stanze, internet e bagni lussuosi tendenti al miraggio." data-share-imageurl="http://www.umbertomassa.org/blog/sites/default/files/field/image/nizza2.png">
Arrivo al piazzale della stazione verso l'una. I piani erano diversi, ma mi sono addormentato sul treno e ho dovuto recuperare molti km a piedi, con lo zaino un altro zaino ed un borsone. Arrivo al piazzale, dicevo, ed è tutto chiuso. La stazione, i bar, i ristoranti, forse anche gli alberghetti senza stella. I pochi che espongono tariffe costano minimo 40 euro - troppissimo per il budget che mi ero fissato in questo buco di mondo. Presumibilmente è chiuso anche il meraviglioso ostello con le schede magnetiche per le stanze, internet e bagni lussuosi tendenti al miraggio." data-share-imageurl="http://www.umbertomassa.org/blog/sites/default/files/field/image/nizza2.png">