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I vecchi e la Roubaix

Questa è la storia della Parigi Roubaix nel suo compleanno centoventi.
Una storia di fango, cadute, verde pallido dei prati e stradine di campagna ricoperte di pavé, una settantina di km di queste stradine e gente attorno.
Ma è anche la storia di un gruppo non dico di vecchietti, ma di corridori degli anni zero che si mettono d'accordo e decidono di far vedere a tutti che quel ciclismo lì non è finito, almeno per oggi. C'è Cancellara alla sua ultima Roubaix, c'è Tom Boonen che di Roubaix ne ha vinte quattro e punta al pokerissimo, record assoluto. Dieci anni fa i due iniziavano a scornarsi sui muri e sui pavè delle Classiche del Nord, ma era un altro ciclismo: altri sponsor, altre maglie, ancora non si parlava di motorini nascosti e il pavé era roba da affrontare a mani nude.
E oggi i campioni sono altri, e spesso e volentieri in gara surclassano le vecchie bandiere. Il campione è Sagan, che sta imparando man mano a non dissipare il suo enorme talento; vincitori più o meno occasionali, fortissimi, sono i Vanmarcke e i Kristoff.
Ma la bellezza di questa Roubaix sta appunto in questo patto tra vecchietti, firmato chissà dove chissà quando.

Storia di un grattacielo

Guardo lo skyline di Torino dall'alto, dal Monte dei Cappuccini; salendo a Superga cambierebbe sensibilmente l'angolazione, e poi il punto di vista rialzato schiaccerebbe la città. E quindi è da qui che guardo le montagne tutto attorno alla piana, e lo skyline.
No.
Guardo i tetti di Torino, perché questo è sempre stato l'ambito esatto, la dimensione della città. Skyline è termine alieno e non ci appartiene.
Naturalmente è solo questione di tempo, e presto avremo anche noi i nostri grattacieli, e diventeremo skyline anche noi.
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